La fine dei posti di lavoro
L'editoriale del direttore de l'Adige, Pierangelo Giovanetti
l'adige, 29 maggio 2011
C ' è un dato ormai consolidato che emerge dopo che la crisi economica più grave degli ultimi ottant'anni sembra lasciare spazio a qualche timido segnale di ripresa: non c'è più lavoro. O meglio: non ci sono più posti di lavoro. Perché il lavoro c'è ancora, ed è in ripresa. Ciò che mancano sono le assunzioni stabili, quelle a cui eravamo abituati da almeno due secoli di capitalismo, basati sulla vendita della forza lavoro come merce e sul rapporto-scontro tra lavoro e capitale. Di questo mutamento epocale sono chiamati a portare il peso i giovani, a cui non sono riservati più posti di lavoro. Specie in Italia, che in tutto l'Occidente da questo punto di vista è un caso patologico.
Il rapporto Istat 2010 reso noto la settimana scorsa, nella sua drammaticità sconvolgente ne è la prova più lampante. In Italia sono due milioni e centomila i giovani fra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione. Sono 134.000 in più dell'anno precedente (+6,8%). Nel biennio 2009-2010 il numero di occupati in Italia è diminuito di 532mila unità. Di questi, i giovani tra i 15 e i 29 anni sono stati 501.000. Ciò vuol dire che in Italia sono solo (o soprattutto) i giovani ad essere e a restare disoccupati perché, con l'attuale schema del lavoro (e l'impianto legislativo ad esso connesso) un posto non l'avranno mai, o solo ad età avanzata. C'è un dato impressionante pubblicato dall'Istituto di statistica: ogni 100 giovani con contratto atipico nel primo trimestre 2009, solo 16 sono occupati stabilmente dopo un anno (10 in meno dell'anno precedente). Questo vuol dire che è proprio il contratto a tempo indeterminato a scomparire, perché ormai pochi imprenditori sono disposti a farsi carico di un rapporto di lavoro che dura 40 anni, senza possibilità di rescissione in caso di calo di produzione o mutamenti di mercato. I contratti a tempo determinato o atipici sono quindi «la» formula destinata ad imporsi, per lo meno per i giovani, visto che i garantiti con contratto a tempo indeterminato sono intoccabili, e il loro periodo di permanenza sul luogo di lavoro è stato procrastinato avanti negli anni, almeno fino ai 65 di età.
Ugo Trivellato sul sito www.lavoce.it ha messo in evidenza come i contratti temporanei ormai raramente sfociano in contratti a tempo indeterminato. In Veneto, per esempio, (nel ricco Veneto) la percentuale di assunzioni al di sotto dei 40 anni con contratti a tempo indeterminato è scesa, negli ultimi 12 anni, dal 35 al 15 per cento. Le assunzioni a tempo determinato, invece, sono salite dal 40 al 60 per cento. Questo vuol dire che si sono scaricati tutti i costi della rigidità del lavoro e delle relazioni industriali sui giovani, come pure tutte le conseguenze della crisi e dell'andamento altalenante dei mercati, della tassazione sul lavoro, delle inefficienze del sistema, soprattutto di quanti lavorano poco o male, e non possono essere licenziati. Ad essere lasciati intoccati da tale cataclisma storico sono stati i «garantiti», coloro che il contratto a tempo indeterminato l'avevano firmato quando era ancora possibile, ed ora si avvalgono dei precari per scaricare su di loro l'eccesso di manodopera quando c'è da ridurre personale se il mercato non lo consente, o occorre alleggerire la struttura produttiva. Nelle aziende, infatti, i primi a saltare quando l'economia non va, sono gli assunti a tempo determinato. Perché questi possono essere lasciati a casa, anche se sono i più giovani, i più produttivi, i più motivati. Gli altri no, poiché il contratto «a vita» (e il sistema che si è creato attorno a questo) non lo permette. Finora il sistema-paese ha retto perché i genitori hanno deciso di mantenere i figli, lasciando inalterato il meccanismo: lavoro sicuro (prima) e pensione (dopo) per loro, e precarietà continuata per i figli, di cui però si fanno carico. Si tratta di una bomba innescata che, quando deflagrerà, rischia di diventare guerra civile, o meglio guerra generazionale. Se non, peggio, un vuoto generazionale, perché i giovani scapperanno dall'Italia, o si ridurranno a fare i mantenuti in uno smarrimento esistenziale, che minaccerà la tenuta dell'Italia (oltre alla loro).
Cosa fare, allora? Per prima cosa va messo in soffitta definitivamente quanto ancora resta del retaggio del secolo scorso (lo scontro lavoro-capitale), per assumere una visione opposta: la collaborazione piena lavoro-capitale. L'azienda è un'unica comunità di lavoro, dove ciascuno agisce al meglio per ottenere, con ruoli diversi, lo stesso risultato comune. C'è chi fa l'operaio, chi il dirigente, chi il venditore, chi il ricercatore, ma tutti operano per fare squadra, per produrre meglio a minor costo, e creare così lavoro, e garantirlo nel tempo. Se non c'è questa cooperazione reciproca, una parte della squadra (il capitale) deciderà di produrre altrove, o in altri settori, dove tale collaborazione invece esiste, e quindi l'altra parte della squadra (i lavoratori) resteranno a casa. Questo porta ad un secondo passaggio che è culturale, e vitale per i giovani pena il dover fare i mantenuti per tutta la vita: diventare «lavoratori imprenditivi». Cosa vuol dire? Non porsi più come «prestatori di lavoro», funzione che oggi non ha prospettiva alcuna. Ma come «partner d'impresa», con una forte mobilitazione individuale, dentro una maggiore soggettivizzazione dei rapporti di lavoro (anche a livello aziendale-territoriale), con un atteggiamento innovativo e creativo, anche nelle forme contrattuali, di orari di lavoro, di flessibilità, di predisposizione a «riciclarsi» e a «ri-formarsi», se il mercato lo richiede. Questo va di pari passo ad un terzo grande cambiamento culturale, quello di non pensare più al lavoro dipendente come prima prospettiva occupazionale, ma porsi come «imprenditori di se stessi», autorganizzandosi nel fornire una prestazione richiesta dal mercato. E di pari passo a ciò, occorre rivalutare e riporre nella sua centralità il lavoro manuale, artigianale, quello che combina manualità sapere e tecnologia, tra i pochi che oggi garantisce fin da subito prospettive occupazionali durature (perché legate alle capacità che si possiedono) e buon reddito.
Infine, il passaggio forse più importante, e il più difficile a realizzarsi perché comporta la disponibilità a mettersi completamente in gioco: creare un unico contratto di lavoro per tutti, che acquisisce protezioni e garanzie non da subito ma nel tempo, con l'anzianità sul posto di lavoro. È la proposta lanciata dalle colonne del «Corriere della Sera» da due noti economisti, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, il primo dei quali sarà a Trento nei prossimi giorni per il Festival dell'Economia. Una proposta strutturale, che porta ad abolire la distinzione tra contratti a tempo determinato ed indeterminato (per lo meno a cominciare dai nuovi assunti), e che permetterebbe di tornare ad assumere, sapendo che non ci si pone sulle spalle un carico per 40 anni, indipendentemente dal rendimento del lavoratore e dall'andamento dei mercati, ma si inizia un rapporto collaborativo tra lavoratore e azienda, basato su valori di corresponsabilità e imprenditorialità, che si cementa sempre più col passare degli anni, e con la capacità di sviluppo e di innovazione dell'intera squadra, non solo di una parte di essa. In questo aiuterebbe molto anche una profonda riforma fiscale del costo del lavoro, che alleggerisse le tasse sui giovani per modularle di più sugli anziani, garantendo ai più giovani stipendi dignitosi consentendo loro di metter su famiglia, e di non dover essere costretti a mendicare da papà il necessario per integrare lo stipendio. Se non sminata per tempo, la «bomba lavoro» innescata rischia di travolgere l'intero Paese, e lasciare sul campo una generazione di caduti, quei giovani che oggi dovrebbero sognare (e poi realizzare) il domani.